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sabato 22 agosto 2026

Convento dei Padri Conventuali di san Francesco

 Il convento dei Frati Minori Conventuali di Monteodorisio, fondato nel 1341, la notizia è riportata nel Provinciale Ordis Fratrum Minorun redatto da fra Paolino da Venezia, apparteneva, come quello di San Francesco di Vasto, alla Provincia di Sant'Angelo, la quale comprendeva l'Abruzzo a sud dei fiume Sangro, il Molise e la Puglia con il Gargano e la Capitanata. L' insediamento di Monteodorisio conferma la tipica scelta insediativa dei francescani verso gli agglomerati urbani più consistenti. Infatti, questo centro, "[ ...] che tanta parte ebbe nei fasti di questa regione"', era, a quei tempi, un importante contado che controllava molti altri Comuni. Monteodorisio risultava una delle prepositure più dotate del Vastese, tant'è vero che le sue decime arrivavano ad un valore di due once nel 1308 e le sue chiese erano pari a dieci nel 1324-1325. La demolizione nel 1964 di questo antico cenobio, per costruirvi, sullo stesso sito, l'edificio comunale, suscitò l'indignazione di molti storici. Lorenzo Bartolini Salimbeni così scrive: "Particolarmente grave è la perdita della chiesa [di San Francesco] di Monteodorisio, della quale fino a pochi decenni fa si conservava l'involucro esterno, squadrata mole laterizia, ancora perfettamente restaurabile [ ... ]". Certamente, non si può che rimanere attoniti di fronte al triste epilogo che ha portato alla distruzione di questo insigne monumento e, in questa sede, si è preferito far parlare le eloquenti note dell'Antologia francescana. La chiesa di Monteodorisio, della quale ci sono state tramandate le dimensioni della facciata e delle partiture architettoniche in pietra scolpita, oltre che della pianta, della navata e del coro, [ La chiesa era a navata unica, coperta a tetto, con quadrato voltato a crociera cui si  accedeva attraverso un arco sestiacuto; misurava m. 8.30 x 24.70 ed altezza, all'imposta delle capriate, di m. 9.30 ca., mantenendo quindi nell'aula il canonico rapporto 1 : 3 fra larghezza e lunghezza] rappresentava la tipica chiesa-fienile dell'Ordine mendicante, dove erano applicate con scrupolo le disposizioni del Capitolo Generale di Narbona del 1260. La navata era ad aula unica, con tetto a capriata, senza transetto, conclusa da un coro con volta a crociera costolonata. La facciata, sopravvissuta come l'interno alle trasformazioni barocche, aveva la forma a "capanna" con due spioventi: fatto assai strano in una regione, quella abruzzese?molisana, dove a prevalere era invece, il coronamento orizzontale. Nella facciata erano collocati il portale ogivale ed il rosone con timpano poggiante su colonnine sorrette da mensole zoomorfe, riconducibili a quegli artefici della Scuola di Lanciano (sec. XIV) di cui si hanno testimonianze, inoltre che nella città frentana, a Larino, Agnone e Chieti. Oltre alla chiesa, è stata abbattuta la torre campanaria, che si presentava come una robusta costruzione con un apparecchio murario costituito da ricorsi di conci in laterizio e pietra squadrata. Agli inizi dei Novecento, all'interno della chiesa era ancora possibile vedere, nonostante l'abbandono e l'esposizione alle intemperie, un grande affresco raffigurante San Cristoforo, protettore dei viandanti e dei pellegrini, a testimonianza dell'intenso passaggio di “viaggiatori" in cammino lungo le vie di questo centro posto a guardia del fiume Sinello, a ridosso dei tratturi Lanciano-Cupello e L'Aquila-Foggia. Oltre all'affresco, si potevano notare: altri dipinti murali, una cappella dedicata al Santissimo Rosario ed un'altra a Sant'Antonio da Padova, degli altari egregiamente intagliati in legno dorato ed una colonna di granito egizio che ricorda la grandezza del tempio. Attualmente si conservano, in un deposito comunale, alcune parti dell'antico portale e del rosone, mentre alcune opere d'arte sono sparse tra la chiesa parrocchiale ed il santuario della Madonna delle Grazie. Il convento, con il chiostro, la cisterna e la porta urbica della città, detta di San Francesco, furono demoliti nell'Ottocento. L'edificio dei Frati Minori Conventuali soppresso nella metà del 1600, conseguentemente all'emanazione della bolla di Papa Innocenzo X, conosce dunque un destino analogo a quello dei conventi di Sant'Elia a Pianisi, Palena e Francavilla al Mare. Similmente a quanto si auspica per questi conventi, anche per quanto riguarda l'insediamento di Monteodorisio si spera in un intervento di recupero archeologico ed architettonico, teso a valorizzare le vestigia dell'importante fabbrica francescana.

Dentro l’abitato vi era il convento dei Padri Minori Conventuali. Il medesimo era situato in ottima posizione. Si mirano tuttavia i ruderi e le fondamenta del convento e del chiostro, ove esiste tutt’ora la cisterna disseccata. La chiesa ad una nave ben lunga ed a proporzione più alta che larga dimostra la qualità e grandezza del convento, che un dì doveva essere rispettabile. I finestroni a forma alquanto gotica, ma non totale, dimostra la struttura sia il secolo XV al XI.

Anche la porta grande della chiesa e ben’intesa con pietre lavorate a fogliami ed incisioni ad intagli rilevati, una con il gran finestrone a rosa. Questa è adornata di colonnette sorgenti dalla periferia d’un piccolo cerchio centrale. Esse sono dieci contornanti questo cerchio, ed ognuna sostenuta nel capitello le basi dei due semicerchi, che fra loro intersecandosi formano un vago intreccio. L’apice di detti semicerchi s’uniscono a toccare l’orlo interno del cornicione circolare tutto maestrevolmente ben intagliato a fogliami e festoni.

Questo vago finestrone e contornato da due altre colonnette laterali sostenute entrambe da due leoncini foggiati su d’un piedistallo. Dal capitello di queste colonne indi sorge come una linea di pietra anche lavorata a fogliami che vanno poi a unirsi al vertice del gran cerchio esterno, ma non toccandolo e nel punto della tangente di tali due linee vi è un capitello di pietra anche lavorata a festoni che sembra voglia sostenere le medesime. Le fabbriche ben sode e gli ornamenti dimostrano il buon gusto e la pietà dei religiosi e del popolo che concorrere vi dovettero.

 Questo convento riconosce la sua abolizione ( e da qualche terremoto per cui crollato, venne abbandonato dai religiosi e dalla Bolla di Clemente X che soppresse i Conventini non colleggiati, che forse è più probabile per la designazione, poiché passò ad essere quasi un beneficio semplice di Vicaria Economa Curata coadiutrice della Parrocchiale matrice.

Nella chiesa di San Francesco dei Conventuali vi è eretta la congregazione sotto il titolo di San Rocco e Sant'Antonio ed è roboata di Regio Dispenso fino dai tempi del Re Carlo III. I confratelli ed altri fedeli con le elemosine vi eressero il Campanile circa la fine del caduto secolo. L'antico era sito nel lato opposto verso il giardino contiguo alle mura della Chiesa di prospetto ad oriente.

 








































domenica 9 marzo 2025

Lorenzo Ciancaglini - san Bernardino

 

Anno del Signore 1767, il giorno 7 del mese di novembre. Lorenzo Ciancaglini, figlio di Pietro Ciancaglini della Terra di Scerni di diciotto anni, stando a quanto appare dal suo aspetto, nella venerabile chiesa dei Padri riformati sotto il titolo di San Bernardino rese l’anima a Dio, il corpo del quale fu sepolto nella chiesa matrice dall’Arciprete di San Giovanni Battista alla presenza dei testimoni signori Germano Sangiorgio e Marcellino Vitelli, e che, prima della morte, diede segno di grande penitenza ai presenti nel predetto convento e a me sottoscritto parroco di questo paese riferì il padre vicario del menzionato convento.

Antonio Argentieri Arciprete



sabato 8 marzo 2025

MONTEODORISIO: IL BASSORILIEVO DI VICO COLAMEO di Luigi Murolo

 


Il Vangelo secondo Matteo chiude con i seguenti versetti (Mt. 28, 19-20): «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Ciò indica l’esortazione del Cristo all’evangelizzazione e al battesimo nel nome della SSma. Trinità.

Da questo punto di vista, il minuscolo bassorilievo altomedievale allocato in un paramento murario esterno di vico Colameo a Monteodorisio – la velatura di tre angeli su di una barca (simbolo della navigazione verso la salvezza) che solca un mare pieno di pesci – ne testimonia la rappresentazione (non va dimenticato, inoltre, che alcune antiche iconografie presentano il pane eucaristico viene sostituito dal pesce in quanto codice di Yeshua [Gesù]). Chiaro il riferimento alla parabola della moltiplicazione dei pani e dei pesci presente nei quattro vangeli. Va sottolineato, inoltre, che la figurazione angelica della Trinità è presente già dalla fine di IV secolo (anche se in contesto eucaristico) nei mosaici di S.Vitale a Ravenna (fig. 1). Quello di «pesce» è un simbolo derivato dalla traduzione del termine greco ichthýs, a sua volta acronimo di Iēsous Christos, Theou Yios, Sōtēr, che in italiano viene reso con «Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore».

In buona sostanza, l’allegoria sottesa alla rappresentazione di vico Colameo (databile probabilmente ai secc. XI-XII) indica il battesimo dei catecumeni nel segno della Santissima Trinità. Che si collega al titolo della chiesa di S.Giovanni Battista (ecclesia baptismalis di Monteodorisio), il cui sito originario doveva essere allocato lì dove sussiste ancora il bassorilievo.

 


sabato 20 aprile 2024

L'acqua miracolosa

Il popolo abruzzese 20 dicembre 1886



Monteodorisio Dicembre 86

(F. Curci) Il fatto dell’acqua miracolosa di Monteodorisio val la pena di essere raccontato.

A circa 50 metri dal paese v’ha una chiesetta diruta, la quale doveva esser ricostruita non esistendo in quel comune che la sola parrocchia. Innalzata in onore della Madonna delle Grazie, la cadente chiesetta sorge a piè del paese in una posizione aggradevolissima, da poi che, mentre a dritta ed alle spalle è circondata dal caseggiato di Monteodorisio, a manca la campagna s’avvalla verdeggiante, coronata in fondo da colline diafane, che si sfumano in un orizzonte purissimo.

Per i bisogni della fabbrica che va facendosi fu necessario lo scavamento di un pozzo, il quale alla profondità di circa otto metri, dette fuori una cert’acqua verdognola, piuttosto melmosa dal sapore di latte.

Or si racconta, che, in un certo giorno, un villano, menando a pascolo alcuni maiali, attinse di quell’acqua e la porse alle assetate sue bestie, sacre a sant’Antonio, le quali ebbero a morirne non appena bevutane qualche goccia. Qualche giorno dopo varie pecore, per la medesima ragione, andarono al mondo di là. Era chiaro che la Madonna non permetteva ai quadrupedi di dissetarsi al pozzo scavato. L’avvenimento cominciò a fare il giro del paesetto e dei comuni circonvicini.

Più tardi un pover’uomo, ammalato agli occhi, ebbe la fede di lavarli con l’acqua prodigiosa, e guarì; quindi uno zoppo camminò, un muto parlò, un sordo udì…. Le grazie, tanto lungamente ed inutilmente impetrate, cominciarono a piovere dal cielo sempre per opera e virtù dell’acqua miracolosa, e con le grazie e le guarigioni, piovvero i donativi alla chiesetta. Fu una vera baraonda.

I cittadini di Monteodorisio avevano a loro disposizione il modo di sbarazzarsi dei medici e degli speziali. L’acqua della Madonna bastava a tutto e per tutti.

Le processioni cominciarono a seguirsi giornalmente: eran donne, uomini, vecchi, giovani, fanciulli che traevano dai lontani comuni salmodiando a squarcia gola, ed anche la cittadinanza di Monteodorisio, per un segno fatto da una certa donna, dovette indursi a fare la sua brava processione, tanto per calmare le ire della Vergine, disgustata del poco culto, che le rendevano quei fedeli, fra cui aveva avuto il ghiribizzo di far sorgere una fonte di benefizii.

E tutto questo nel secolo XIX dopo la rivoluzione francese!

Nel raccontare questi fatti noi non crediamo di far onta alcuna a quella popolazione agricola: desidereremmo solamente che le classi dirigenti senza pigliare a combattere rudemente di fronte la buona fede e la cieca superstizione di quelle masse, venisse con dimostrazioni pratiche a distruggere pian piano il dannoso fanatismo che le avvolge ed acceca.

E siam sicuri che tutto questo potrà ottenersi, pensando che in Monteodorisio la famiglia Suriani, De Cristofaro, Scardapane, Raimondi e tante e tante altre, formano per intelligenza e serietà di propositi, tale una forza da poter facilmente opporre una diga alla crescente superstizione della classe poco istruita. Senza dire che l’ottimo e simpatico giovane messo a capo del comune, il sig. Federico Scardapane, all’accortezza ed al buon volere accoppia intelligenza ed amore vivissimo pel vero progresso del paesetto da lui amministrato.

giovedì 18 aprile 2024

Avvenimento nel Simulacro di Maria Santissima delle Grazie in Monteodorisio - 1886

 L’anno 1886 il di 20 settembre alle ore 7 a.m.



Noi qui sottoscritti Arciprete e Sacerdoti di questo Comune di Monteodorisio ci siamo personalmente conferiti nella chiesuola suburbana di nostra giurisdizione, sotto il titolo di Maria Santissima delle Grazie, onde acclarare quanto di vero od immaginario fosse avvenuto la sera precedente, circa le 7 p.m. sulle macchie rosse che alcune persone devote han creduto osservare sulla mano dritta del Simulacro chiuso dentro nicchia con vetrina, di detta Vergine. Essendosi da noi tre e da altri forestieri e paesani compiute a vetrina chiusa le prime osservazioni per cui rifrazioni e riflessioni di raggi potean dar luogo ad ottiche illusioni, si è immediatamente proceduto ad altre indagini a vetrina aperta.

Si vedeano delle piccole macchie rosse nella prima falange dell’indice della mano dritta di esso Simulacro; ma essendosi strofinato un fazzoletto bianco su quei punti rossi questi son rimasti intatti, senza che il colorito si fosse trasfuso in detta pezzuola, segno evidente che i punti  rossi non partivano da tinta fresca applicato poi, previa bagnatura con molte gocce di acqua purissima, detto fazzoletto sugli stessi punti rossi, la tinta rossa si è trasfusa nella parte bagnata, offrendo così un colore sbiadito, segno che tinta fosse disciolta e la mano è rimasta tersissima.



Si fa pure osservare che essendosi reiterate volte di sera e di mattino nei seguenti giorni ripetute le stesse indagini, detta mano si è trovata sempre tersa.

Ciò mena alla naturale conseguenza, che le rosee tinte non più apparse in quei punti, né in altri di detta Immagine, nulla di soprannaturale possa arguirsi per continuazione di avvenimento.

A una premura si è pure distaccato il merletto che cingeva il polso della stessa mano, in parte macchiato, ma portandosi così il merletto come la pezzuola sucennata per osservarsi dal farmacista Signor Luigi de Cristofaro, ed essendosi pur ricordato, che una corona di confetti colorati erasi per molto tempo mantenuta sospesa appunto sulla indicata mano, si è dedotto che la tinta dei confetti disciolta all’azione del caldo e dell’umido, abbia prodotto quelle rosee macchie e null’altro.

Nondimeno si sono gelosamente conservati in Chiesa il merletto e il fazzoletto finché in tutti i decorsi giorni si sono ripetute le indagini sul Simulacro; ma nulla di nuovo si è potuto rimarcare ne nell’uno, né nell’altro, onde i menzionati oggetti, per qualunque ulteriore osservazione, si presenteranno all’Autorità Ecclesiastica.

Finalmente, in quanto alle prodigiose guarigioni attribuite da paesani e forestieri all’uso dell’acqua attinta da un pozzo, che per ordine del Municipio si è scavato di recente a comodo di quelli che intervengono alla fiera stabilita legalmente per la prima Domenica di settembre nelle adiacenze della Chiesuola, nulla di positivo possiamo acclarare, tranne le pubbliche voci, ed il concorso di devoti, che da vari giorni forma uno spettacolo veramente edificante.

Così redatto e chiuso Monteodorisio 27 settembre 1886

Cesare Canonico Raimondi

Nicola Sacerdote Fanghella

Vincenzo+ Arciprete Iarussi

Al Reverdissimo Monsignor Vicario Generale

D. Graziano Canonico Bonacci in

Vasto

Monteodorisio 27 settembre 1886

Oggetto: Avvenimento nel Simulacro di Maria Santissima delle Grazie in Monteodorisio

Reverendissimo Monsignor Vicario generale

Le fo tenere qui accluso il processo verbale firmato da me, e da due Sacerdoti Raimondi e Fanghella, dai quali ho creduto farmi assistere nelle indagini accurate compiute fin’oggi per acclarare quanto di vero od immaginario fosse avvenuto nel Simulacro di Maria Santissima delle Grazie nella sua chiesuola suburbana di mia giurisdizione, nonché sull’acqua dell’adiacente pozzo, cui si attribuiscono dalla pietà dei fedeli mirabili guarigioni. Esso verbale che fu aperto omnibus paesani e forestieri alle 7 a.m. del 20 corrente mese, è stato chiuso oggi dopo quotidiane osservazioni fatte mattina e sera, se vi fosse soprannaturali avvenimenti a gloria della Santissima Vergine, ed a beneficio dei Popoli.

Era ben inutile e stolto importunare i Superiori con monche relazioni, sena prima compiere qui il Parrocchiale dovere, anzi forse poidomani porterò tutto in persona.

La ossequio.

Il Parroco

Vincenzo Arciprete Iarussi


martedì 16 aprile 2024

Sull'arresto di Domenico Scardapane per possesso di un emblema settario

 Nel giorno 30 del passato mese circa le ore 23 venne da me questo Sig. Giudice Regio ed in discorso mi disse aver ricevuto dal supplente di Monteodorisio in quel momento un verbale di denuncia fatta da Pasquale Sabellico di cui le accludo copia contro Domenico Scardapane di quel Comune per affari di carboneria.

Vasto 2 gennaio 1823

Non esitai un momento, inteso ciò, invitare questo Tenente di Gerdarmeria perché di unita alla forza che qui risedeva si fosse portato in Monteodorisio per arrestare lo Scardapane e fare contemporaneamente una visita domiciliare per vedere se vi erano ... insegne carboniche ed ogni altro oggetto. Malgrado le nevi e le pessime strade il Tenente si pose subito in cammino e la sera del 30 istesso verso le ore due della notte giunse a Monteodorisio ed arrestò lo Scardapane, il quale nel vedersi arrestato disse di conoscere la causa del suo arresto.

Lo stesso Sig. Tenente passò a la casa dello Scardapane e complici, mi ha risposto di nulla sapere e ch'era innocente.

A mio credere in forza dell'Art. 10 della legge del 28 settembre 1822 sia applicabile l'art. 17 di detta Legge e la competenza sia della Corte Militare.

In questa circostanza le fo rimarcare che l'esattezza e lo zelo dimostrato dal Sig. Tenente Marzano nell'eseguire l'incarico merita ogni lode ed io le prego di esternare al medesimo il suo compiacimento e far conoscere ai superiori la condotta lodevole del detto Sig. Tenente.

sabato 13 aprile 2024

A Monteodorisio rivive il Medioevo

MONTEODORISIO. Si intitola “Ma che bel castello” la mostra storico-archeologica che sarà inaugurata domenica alle 9,30 nel fortilizio e che si potrà visitare fino all’Epifania tutti i giorni dalle 17 alle 20 (ingresso gratuito). Sono oltre una cinquantina i reperti esposti, degli oltre 1500 rinvenuti durante le campagne di scavo condotte dal 2003.

I curatori hanno privilegiato il Medioevo.

E a partire da questo periodo, infatti, che Monteodorisio comincia a rivestire un ruolo di prestigio lungo la fascia costiera, mentre Histonium (Vasto) tramonta.

I lavori e l’allestimento museale sono stati presentati dal sindaco, Ernesto Sciascia, da Marco Rapino della cooperativa Parsifal che ha eseguito gli scavi, e dal direttore scientifico, Davide Aquilano.

La mostra, ideata e coordinata da Michele Massone, dell’associazione culturale vastese Lightship, è stata realizzata con un accordo di programma quadro tra Stato e Regione finanziato dal Cipe.

«Gli scavi hanno contribuito a far luce su un capitolo sconosciuto della storia di Monteodorisio. I reperti ci permetteranno di arricchire il museo», afferma Rapino.



«Tra l’ottavo e il dodicesimo secolo sulla sommità della collina esistevano delle strutture in legno, una torre di avvistamento e difesa ed un recinto», spiega Aquilano, «a distanza di un paio di secoli, la superficie disponibile per la fortezza si è ampliata e nel 15° secolo è stata dotata di torri con una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana al centro».

Di particolare importanza sono i manufatti in pietra ollare rinvenuti.



Veniva lavorata sin dalla preistoria nell’area alpina.

La diffusione e la presenza a Monteodorisio si potrebbe spiegare con le rotte di distribuzione lungo l’Adriatico e da lì attraverso le valli dei fiumi Trigno e Biferno. La notevole quantità di vasellame trovato è una conferma del vivace sistema di scambi e traffici intorno al sito del castello», aggiunge Aquilano.

E tra il vasellame c’è anche un’anfora islamica.



«Siamo in attesa di esami di conferma sulla provenienza. L’area sarebbe quella della Mesopotamia del dodicesimo secolo. Se le ipotesi dovessero trovare conferma, sarebbe una ulteriore testimonianza della fiorente attività commerciale», conclude il direttore.

Simona Andreassi

giovedì 11 aprile 2024

PANFILO DI GIACOMO (Monteodorisio) ... IL FACCENDIERE

Reazioni borboniche, prontamente represse, si verificarono nel 1860 e 1861 in numerosi paesi del circondario di Vasto. Infatti, subito dopo il passaggio del Re Vittorio Emanuele, in molti comuni attorno a vasto scoppiano improvvisamente rivolte, tanto che il governatore De Caesaris deve inviare truppe a Monteodorisio, Gissi, Liscia, per ristabilirvi l'ordine.Quello che accadde nei giorni 30 settembre e 1° ottobre 1860 a Monteodorisio mentre le truppe borboniche erano ferme nelle pianure di Santa Maria Capuavetere servì a dimostrare che gli uomini cosiddetti " reazionari o della restaurazione" non erano adatti a mettere in atto una " sceneggiata " di sapore politico, bensì erano portati, per carattere e per convincimento, a mettere tutto a ferro e fuoco.

Alle 14 del pomeriggio entrò in paese una turba di facinorosi, un manipolo formato da personaggi reclutati negli Abruzzi fra più esagitati, ingordi e sanguinari.

Li comandava tale Panfilo di Giacomo, "miserabile faccendiere dell'infima plebe " - dice un testimone - che, su di un cavallo di razza, si presentava alla testa dei suoi uomini urlanti e quasi tutti ubriachi, mantenendo in pugno una bandiera bianca con lo stemma dei borboni e chiamando a se la folla con le grida di Viva Francesco II.

I paesani di Monteodorisio, nell'assistere a quella lugubre sfilata, pensarono ad una dimostrazione "politica" inscenata dai fanatici che gridavano in continuazione " Viva Francesco II ", ma ben presto si dovettero ricredere. I briganti, altri li chiamavano " reazionari", si diressero al posto di guardia, e quivi rialzò gli stemmi del Borbone, strapparono i regolamenti costituzionali, si appropriarono delle armi della cancelleria comunale; fece dire in chiesa l'Inno Ambrosiano e nominò un nuovo sindaco.

L'indomani, primo ottobre, i reazionari s'impadronirono della valigia postale, fermando altresì D. Giuseppe De Luca, guardia nazionale di Vasto, che, caduto infermo ad Atessa, veniva rinviato in patria. Poi si prepararono a respingere la pubblica forza che veniva per reprimerli.

Questa si mosse nella mattina del suddetto giorno da Dogliola, giunse nel territorio di Monteodorisio nelle ore pomeridiane, e impose, ma inutilmente, agli insorti una pacifica sottomissione.

Costoro - narra un altro testimone - " si schierarono come una siepe alla china del monte ( nel cui spianato giace il paese ) di ricontro alla strada che la forza pubblica doveva percorrere, e spararono alcuni colpi, ai quali venne risposto con una buona scarica, al rombo della quale tutta quella bordaglia spulezzò"; e così ebbe termine la commedia.

In tale scontro, rimasero uccisi tre uomini e due donne da parte degli insorti. Si eseguirono molti arresti, e fra gli arrestati vi furono anche parecchi innocenti. 

Il primo paese contro cui si usò la forza fu Monteodorisio ed a riguardo una relazione della Gran Corte Crimininale di Chieti così recita a: "Nei giorni trenta settembre e primo ottobre, in cui le armi borboniche erano profligate nei piani di Capua e Santa Maria, un tal Panfilo di Giacomo, miserabile faccendiere dell'infima plebe, suscitava un sommovimentoreazionale nel paesello di Monteodorisio. Ai due pomeridiane entrava nell'abitato alla testa di una turba di villici, raccolti nella campagna, scaraventando all'aria una bandiera bianca alla cui punta dondolavano le immagini borboniane, e chiamando a sè la fola con le grida Viva Francesco II. E tosto si diede ad instaurare il caduto governo di costui, Panfilo si diresse al posto di Guardia, e quivi rialzò gli stemmi del Borbone, abbigliando i ritratti di moccichini bianchi: fece a pezzi i decreti e regolameti costituzionali; s'impadronì delle poche armi lasciate dalle guardie di servizio; s'impossessò della cancelleria comunale, e ractosi in chiesa fè solennizzare con l'Inno Ambrosiano e le sacre cerimonie il felice ritorno di Re Francesco in Napoli. La sera le campane a distesa e i falò e le luminarie accrebbero il brio della festa.

 La notte la parte attiva di quei marmocchi insorti stettero in veglia a manipolare il riordinamento del vagheggiato governo. Fu invasa all'improvviso la casa del Sindaco dimesso, perché avesse esibito il Decreto con cui re Francesco avea ribassato a grana 6 14 il prezzo del sale fin da quando aveva scemato il prezzo del tabacco, e intanto si era ciò tenuto occulto per maligno fine. Il Perrozzi ebbe a sudar freddo per capacitarli che quel Decreto non era stato mai emanato e con tutta la febbre che lo incolse per la patita battisoffia, dovette seguire quei tristi nella casa comunale e quivi accettare le nuove funzioni di Sindaco, presente il Cancelliere, e dopo la rivista censoria de' principali cespiti della rendita. Fu ordinato ancora il disarmo de' proprietari civili; fu ingiunto a tutti di armarsi, e fu vietato ai naturali di uscire dal Comune, sì per impedire la che la notizia arrivasse al capoluogo, e sì perché tutti dovevano concorrere alla grad'opera del ripristinato governo.

A questo medesimo intento s'impadronirono nel 1 ottobre della valigia postale, e fermarono D. Giuseppe De Luca Guardia nazionale di Vasto, che caduto infermo in Atessa, era rimandato in patria.

E in mezzo a tanta ressa ed affaccendamento di cose, i detti ribelli non tralasciavano di armarsi fino ai denti di spiedi e di tutti gli'istrumenti rurali e maneschi, oltre ad una buona diecina di schioppi; risoluti ed ordinati a voler impedire l'ingresso della forza pubblica.

La quale infatti, istruita della inserruzzione, moveva da Dogliola la mattina del detto dì 1° ottobre, ed alle prime ore pomeridiane appariva nei tenimenti di Monteodorisio. Furono mandati dal Sottogovernatore due messaggi di concordia  e pacifica sottomissione.

Respinti, fu giocoforza spingersi in avanti. Gli insorti schierarono come una siepe alla china del monte (sul cui spianato giaceva il paese) di riscontro alla strada che la forza pubblica doveva percorrere. All'appressarsi di questa furono gittati dai ribelli alcuni colpi, e fu loro risposto con una buona scarica; al rombo della quale tutta quella bordaglia spulezzò; e così ebbe termine la commedia (sic).

In tale scontro restarono uccisi tre uomini, 2 femmine, da parte degli insorti. Entrata la forza pubblica nell'abitato procedè all'arresto di quanti individui trovò nelle strade e sugli usci delle loro case, e continuò a fare los tesso nei giorni susseguenti.

Ciò diede alla giustizia impaccio non lieve, nel raccolgiere la istruzione; perocchè si vide costretta non pure a liquidare i veri colpevoli, ma a chiarire ancora gli innocenti, ingiustamente tradotti in carcere. Così con tre successive deliberazione della Corte, fu renduto alla libertà un mezzo centinaio di detenuti, ed il numero de' giudicaili si è ridotto a 57, compresi i latitanti".

I primi fermenti della sommossa si erano manifestati a Monteodorisio fin dal venerdì precedente, giorno 28 settembre. Da parte di alcuni cittadini maggiormente responsabili si era cercato, con un certo successo, di tenere sotto controllo la situazione per cui il sabato 29 e la mattina della domenica 30 erano passati tranquilli.

La sommossa scoppiò nel primo pomeriggio del 30 e ad essa parteciparono circa cinque-seicento persone.

Vista la situazione compromesa ormai in modo irrimediabile, il giorno 30 il supplente Comunale Giuseppe Suriani dava notizia della sollevzione al Giudice regio di Vasto, chiedendo aiuti.

Per lo stesso motivo il sergente Raffaele Scardpane si recava personalmente a Vasto dal capitano Beniamino Majo che, in assenza del Ciccarone, comandava la Guardia Nazionale. Sprovvisto di uomini, a causa della contemporanea duplice spedizione delle Guardie al seguito del Ciccarone e del Sottoindente Sigismondi, il Majo inviava lo Scardapane da quest'ultimo, a Dogliola.

All'avvicinarsi della Guardia Nazionale, che forte di circa 250 uomini al comando del Sigismondi avanzava dalla strada di Cupello, alcuni cittadini di Monteodorisio cercarono di persuadere i rivoltosi a dileguarsi, ma i capi di questi affermarono che erano pronti a battersi senza mai arrendersi a meno che la forza pubblica disponesse le armi ed inneggisse a Francesco II.

Disponendosi ad affrontare la Gardia Nazionale i rivoltosi trascinarono i galantuomini fuori delle loro case e li misero innanzi alle loro file. Nello scontro rimasero uccisi Francesco di Giacomo fu Antonio di anni 36, MArcellino COlameo di Carmine di anni 28, Paolo Pietropaolo e due donne: Anna Di Giacomo di Michele di anni 35 e Filoena Turco di Antonio di anni 25, tutti contadini.

I feriti fra i rivoltosi furono sette o otto mentre della Guardia solo tre.

I capi della rivolta Panfilo di Giacomo, il figlio Marcellino, Marcellino Pietropaolo, il figlio Antonio e Raffaele Colameo si davano alla campagna. I due Di Giacomo con il Colameo passavano invece a Gissi che era in rivolta e quindi a Guilmi ove animarono gli abitanti alla rivolta. La Guardia Nazionale del Distretto riuscì a catturarli, insieme con gli altri latitanti, solo dopo diverse settimane di appostamenti ed agguati.

Dei 57 imputati rimanevano incriminati solo 22 che però, in data 31 ottobre 1861 con sentenza della Gran Corte Criminale di Chieti, venivano tutti scagionati dal reato di attentato e cospirazione per distruggere e cambiare il Governo e di rivolta perché mancava l'elemeto di prova sia del progetto criminoso sia del concerto dei mezzi tendenti alla esecuzione  d'un tal reato.

Venivano però dichiarati colpevoli di voci e di fatti pubblici atti a spargere il malcontento e lo sprezzo contro il Governo. Reato che venne però assolto in seguito alla Sovrana indulgenza del 17 febbraio 1861 per cui dei 22 incriminati furono condannati solo 7, con imputazione di resistenza alla forza pubblica.

La pena inflitta a tutti e sette fu di tre anni di reclusione per ciascuno ed il pagamneto delle spese di processo.


Luigi Smargiassi, Il vastese tra la crisi finale della monarchia borbonica e gli inizi delo Stato unitario - 2005

martedì 9 aprile 2024

Guerriglia e brigantaggio - Monteodorisio 1860

Reazioni borboniche, prontamente represse, si verificarono nel 1860 e 1861 in numerosi paesi del circondario di Vasto. Infatti, subito dopo il passaggio del Re Vittorio Emanuele, in molti comuni attorno a vasto scoppiano improvvisamente rivolte, tanto che il governatore De Caesaris deve inviare truppe a Monteodorisio, Gissi, Liscia, per ristabilirvi l'ordine.
Quello che accadde nei giorni 30 settembre e 1° ottobre 1860 a Monteodorisio mentre le truppe borboniche erano ferme nelle pianure di Santa Maria Capuavetere servì a dimostrare che gli uomini cosiddetti " reazionari o della restaurazione" non erano adatti a mettere in atto una " sceneggiata " di sapore politico, bensì erano portati, per carattere e per convincimento, a mettere tutto a ferro e fuoco.
Alle 14 del pomeriggio entrò in paese una turba di facinorosi, un manipolo formato da personaggi reclutati negli Abruzzi fra più esagitati, ingordi e sanguinari.
Li comandava tale Panfilo di Giacomo, "miserabile faccendiere dell'infima plebe " - dice un testimone - che, su di un cavallo di razza, si presentava alla testa dei suoi uomini urlanti e quasi tutti ubriachi, mantenendo in pugno una bandiera bianca con lo stemma dei borboni e chiamando a se la folla con le grida di Viva Francesco II.
I paesani di Monteodorisio, nell'assistere a quella lugubre sfilata, pensarono ad una dimostrazione "politica" inscenata dai fanatici che gridavano in continuazione " Viva Francesco II ", ma ben presto si dovettero ricredere. I briganti, altri li chiamavano " reazionari", si diressero al posto di guardia, e quivi rialzò gli stemmi del Borbone, strapparono i regolamenti costituzionali, si appropriarono delle armi della cancelleria comunale; fece dire in chiesa l'Inno Ambrosiano e nominò un nuovo sindaco..
I Monteodorisiani resistettero con fuoco di fucileria, sicchè fu forza rispondere, e di quei villani ne morirono ben 25 e molti ne rimasero feriti. A questo prezzo si potè ristabilire l'ordine. Prima di Monteodorisio, Dogliola aveva dato l'esempio, ma quivi non si ebbe spargimento di sangue. 
Gissi la imitò terza, ma con scellerraggini inaudite. Il 2 ottobre innalzarono la bandiera bianca, quando le Guardie erano di ritorno da Monteodorisio. 
Vittima ne fu D. Peppino Mariani, giovine di spiriti italianissimi. Fu preso, battuto a morte, seviziato e trascinato semivivo dal Giudice, il quale, richiesto che se ne dovesse fare, rispose alla plebaglia come Pilato, anzi peggio: "Fatene il piacer vostro".

Cospirazione diretta a cambiare la forma di governo, istigazione della popolazione a prendere le armi contro il re Vittorio Emanuele, resistenza ed attacco alla Guardia nazionale, nomina di un nuovo sinda­co, furto della valigia postale, fatti avvenuti tutti in Monteodorisio nei giorni 30 settembre e primo ot­tobre 1860, a carico di Panfilo di Giacomo ed altri 96 individui di quello stesso comune, appartenenti per lo più alla classe dei contadini; la Gran corte cri­minale, dopo aver con deliberazione interlocutoria or­dinata la scarcerazione di molti di essi e l' archivia­zione del procedimento a carico di altri, alcuni dei quali morti negli scontri a fuoco con le forze dell'or­dine, rinvia a giudizio Marcellino di Giacomo, Mar­cellino Viti, Angelo Ottaviano, Antonio di Giacomo, Amadio Lucarelli, Gaetano Colameo, Salvatore ed Antonio Mirolli, Fedele Bottari, Antonio Santilli, Ermenegildo Piscicelli, Marcellino Pietropaolo, Antonio Pietropaolo, Raffaele Colomeo, Vito d'Angiò, Francesco e Michelangelo d'Ercole, Cesare Galluppi e Pasquale Ottaviano e con successive deliberazione del 31 ottobre 1861 condanna Amadio Lucarelli, An­tonio di Giacomo, Antonio Pietropaolo, Nicola Mau­rizio di Pasquale e Raffaele Colameo alla pena di tre anni di reclusione ed ordina che tutti gli altri siano rimessi in libertà.


Panfilo di Giacomo; Marcellino di Giacomo; Marcellino Vito; Angelo di Carlo; Epimenide di Giacomo;Nicola Maurizio di Pasquale;Nicola Ottaviano; Antonio di Giacomo; Domenico Capraro; Amadio Lucarelli; Gaetano Colameo; Salvatore Mirolli; Antonio Mirolli; Giuseppe Argentieri; Vincenzo Bottari; Pier Luigi Colameo; Pompeo Stanisci; Antonio d'Ovidio; Matteo Petrucci; Michelangelo Molisani; Cesare Molisani; Teodoro Piccirilli; Fedele Bottari; Cesare Cinalli; Luigi Donatelli; Giuseppe Capraro; Antonio di Prospero; Antonio Santilli; Angelo Santilli; Cesario Santilli; Marcellino Capraro; Antonio Turco; Rosario Pomponio; Giuseppe Bellafame; Michelangelo di Propero; Gioacchino di Propero; Anastasia Scardapane; Giovanna Lizzi; Petronilla Turco; Camillo Mariotti; Marcellino Molisani; Francesco Tenaglia; Cesario di Propero; Ermenegildo Piscicelli;Nicola d'Onofrio; Marcellino Pietropaolo; Antonio Pietropaolo; Raffaele Colameo; Vito d'Angiò; Comincio Colameo; Michelangelo d'Ercole; Francesco d'Ercole; Cesario Galluppi; Antonio di Giacomo; Pasquale Ottaviano; Giovanni Santilli; Donatantonio Ottaviano; Saverio Falcone; Giuseppe Codagnone; Andrea Argentieri; Giuseppe di Foglio; Antonio Mucci; Nicola Codagnone; Nicola Maria Tenaglia; Cesare di Giacomo; Pietro Traccarella; Giuseppe Pucci; Rosario di Cristofaro; Matteo Galluppi; Giuseppe Zerra; Domenico Petrucci; Giustino Colameo; Marcellino Festa; Marcellino Masutra; Cesario Molisani; Francesco Scopino; Antonio Trovarella; Giuseppe Marchesani; Pietro Molisani; Salvatore Samiano; Salvatore Capraro; Marcellino di Vincenzo; Pasquale Scardapane; Matteo Mastrocecco; Bartolomeo Galluppi; Benedetto Galluppi;Carmine Colameo; Nicola Pietropaolo; Panfilo Cinalli; Domenica Maurizio; Giustina Sangiovanni; Matteo Timpone; Nicola Argentieri; Donato Maurizio; Leonardo d'Alfonso; Temistocle Bellano.

lunedì 13 settembre 2021

Festa della Madonna delle Grazie 1889


 

 8 settembre 1889

 

Monteodorisio. La scorsa settimana si sono celebrate fra  noi, con quella solennità propria né  piccoli paesi del nostro Abruzzo, le feste della Madonna delle Grazie. Esse, riuscite a meraviglia, non potevano lasciare nell'animo de' buoni monteodorisiani e dei numerosi forestieri qui venuti per la circostanza, un ricordo più lieto, giacché le illuminazioni, i fuochi d'artifizio, le processioni, gli spari, il vespro, la messa solenne ecc. non potevano produrre migliore impressione. Per le vie c' era un brulicame insolito, una confusione di voci alte e fioche, di tamburi di campane e di musiche.

La processione, sarebbe inutile dirlo, sfilava lentamente, seguita da contadinelle, che avevano quella tinta così bruna e così calda che (mi  si permetta aprire una parentesi) infiamma  persino il sangue degli anacoreti; tutte avevano delle scintille e del velluto negli occhi; tutte avevano il portamento molle ed ondulato.

I fuochi si componevano di girandole, di razzi, di bombe, che scoppiavano con fracasso nell'aria, ricadendo come una pioggia minuta e luminosa ; di cartocci di   bengala che proiettavano luce diversa in ogni dove...

Insomma, la festa di domenica, è riuscita come doveva, grazie all' attività della  deputazione, che molto  ha promesso e tutto ha mantenuto.

La banda musicale di Casalanguida, diretta dal bravo Malachia, e quella di Tollo sono state instancabili ed han meritato l' elogio di tutti.

Fra i tanti e tanti forestieri intervenuti, abbiamo notato molti vastesi, dal popolano bravaccione allo spensierato damerino; dalla fanatica pacchiana all' elegante signora.

Sul tardi, le luminarie quasi spente, riflettevano ancora un' incerta luce sulle grige mura dell'abitato; le bande chiudevano la festa al suono dell'arietta napolitana e spingole francese; i razzi cessavano  di splendere, ed il quadro fantastico si dileguava nella notte...

Settembre 1888: le feste di Monteodorisio

 



Il simpatico paesello, la cui fondazione è certo anteriore alla dominazione Longobarda, sta celebrando la festa della Madonna delle Grazie, festa che va prendendo un carattere eminentemente popolare.

I pellegrini, coperti di polvere, se non di cilicio, giungono a cento a cento da tutte le parti d’Abruzzo, del Molise, ed anche da altri luoghi, per visitare la Miracolosa Madonna ed implorare grazie e perdoni.

Le bande musicali di Lanciano, Casalanguida e Guardiagrele, gli svariati divertimenti popolari servono a mettere nella festa una nota gaia e gradevole per richiamare sempre maggior concorso di forestieri.

Domenica scorsa, ottava della festa della Madonna delle Grazie, avemmo un nuovo e numeroso concorso di forestieri; il paese era animatissimo.

Nella mia ultima corrispondenza pubblicata non dissi parola del bellissimo ed elevato discorso panegirico pronunziato dal distinto Prof. D. Antonio Sangiovanni di qui, perché (oh gran peccato per un corrispondente!) l’ebbi dimenticato nel fondo del mio carnet.


sabato 29 maggio 2021

Monteodorisio e la guerra: inaugurazione monumento ai caduti settembre 1971

 



Anche Monteodorisio ha il suo monumento ai caduti per ricordare i poveri morti vittime della barbarie delle due ultime guerre. 




E' stato inaugurato domenica 12 settembre scorso alla presenza di numerose Autorità, tra cui: l'On. Giuseppe Spataro Vice Presidente del Senato, il Ministro On. Remo Gaspari, Sua Ecc. il Prefetto Di Taranto, il Dr. De Cinque Presidente della Provincia, l'On. Bottari e l'On. Del Duca, il Questore, il Sindaco di Monteodorisio, il Prof. Dr. Pompeo Suriani, diversi Assessori e Consiglieri Provinciali e Regionali, i Sindaci dei paesi vicini, il Preside della Scuola media di Monteodorisio e altri Presidi delle scuole vicine, il Colonnello Comandante del Distretto, il Colonnello Comandante del Presidio, il Colonnello dei Carabinieri.



Che il sacrificio di tante vite umane possa giovare a noi, che lo ricordiamo passando davanti alla loro Ara, per spegnere ogni sentimento di rancore e di odio e per spingerci a vivere come fratelli.

Una Santa Messa celebrata dal Parroco in suffragio dei Caduti di tutte le guerre ha reso la cerimonia utile anche ai defunti.



Le Autorità convenute, passando davanti al nostro Santuario, non hanno potuto fare a meno di rivolgere alla Madonna delle Grazie il loro pensiero e la loro preghiera.


mercoledì 13 gennaio 2021

Visita del Marchese d'Avalos 1533

 

Memoria

Il Sig. Marchese D. Tomaso d’Avalos figlio di D. Diego di felice memoria d’anni 23, che alli 11 del passato maggio 1533, venne con la sua consorte nel Vasto, alli 8 del corrente giugno 1533, la mattina ad ore 12, si portò a spasso in questa sua capitale in carrozza e smontò direttamente nella chiesa madre di San Giovanni Battista, ove da me Arciprete fu accolto, dandogli l’acqua benedetta alla porta e guidato al genuflessorio apparecchiato sotto il presbitero con sedia sentì la messa con meravigliosa devozione, uscì al suono di tutte le campane ed indi condottosi nel suo palazzo tenne udienza a tutti che volevano supplicarlo, in esso mangiò e verso le ore 20 se ne partì di ritorno al Vasto per la volta del convento di San Bernardino col suono di tutte le campane. Io arciprete che fui accolto da esso principe con tanta garbatezza mi trattenni con esso a pranzo per un’ora ed un quarto. Fece egli ai poveri carlini venti d’elemosina. Ai  Padri di San Bernardino lasciò una messa di 20 carlini. Mi disse che non gli dispiaceva questo abitato, quantunque non l’avesse ammirato ma sol veduto per la strada della Chiesa.

PA. Argentieri Arciprete


domenica 10 gennaio 2021

Risolta a Monteodorisio la questione della fontana 1952

 

Monteodorisio 12 aprile 1952

Risolta a Monteodorisio la questione della fontana

 

MONTEODORISIO, 11 . Apprendiamo con viva soddisfazione e sollievo di tutto il popolo di questo pae­se, che, dopo l'ultima deli­bera consigliare, con la qua­le si decideva, con 16 voti contro 2 la ricostruzione della fontana abbeveratoio nel rione M. delle Grazie at­tenendosi alle norme di po­lizia stradale, come da pro­getto del geom. Di Carlo, la fontana tanto utile per la popolazione del popoloso rio­ne e per l'abbeveratoio del­le bestie, non appena il trat­to di strada provinciale che va dal bivio Scerni al paese sarà cilindrato e bitumato, ritornerà a risorgere più bel­la di prima allo stesso posto dove prima era. Stando  co­sì le cose rifacciamo una breve storia di detta fonta­na. L'ex Sindaco, avv. Edoardo Suriani, per un pu­ro capriccio personale, fece demolire tale opera, tanto che la passata Amministra­zione, da lui presieduta, in una riunione consigliare, deplorando tale atto con voti 7 contro 5, deliberava  che la fontana fosse ripristinata nel luogo ove si trovava, ad­dossando le spese per la ri­mozione e la ricostruzione all'avv. Suriani stesso.

Poiché è tale il desiderio di tutta la popolazione, ci ri­volgiamo alla nuova Amministrazione, ed in particolare al Sindaco Colonnello Di Camillo, perché, sempre a spese dell'avv. Suriani, ven­gano immediatamente ini­ziati i lavori per la ricostruzione……






Risolta a Monteodorisio la questione della fontana. 1951

 

MONTEODORISIO, 10 — Si è riunito in seduta straordinaria il consiglio comunale per discutere la mozione presentata contro lo spostamento, operato dal sindaco, della fontana con abbeveratoio, dal Largo S. Maria delle Grazie, in via Rampa Lacanale.

Alla seduta ha assistito molto pubblico.

Il sindaco ha addotto, che lo spostamento era stato deliberato dalla giunta per ragioni di ordine sia tecnico che igienico. Ma l'assessore effettivo Sabellico è intervenuto per dichiarare che né lui, né il suo collega Di Carlo erano stati interpellati sulla questione e lo spostamento della fontana era stato, semmai, deciso d'accordo con l’assessore supplente. Ha inoltre dimostrato che le ragioni igieniche e pratiche, prospettate dal sindaco, non sussistevano.

Alle argomentazioni del Sabellico s'associavano altri consiglieri ed a scrutinio segreto la mozione otteneva sette voti favorevoli e cinque contrari. Così il consiglio ha deliberato che la fontana sia ritornata nel luogo ove si trovava, addossandone le spese per la rimozione alla persona del sindaco.