mercoledì 18 marzo 2026

Il regno di Gaetano

 


Non era facile entrare nel regno di Gaetano, il sagrestano della Chiesa Madre.

Gaetano sapeva leggere il latino forse meglio di quel sacerdote che aveva tutta l'aria d'uno scapolone; Gaetano non sapeva soltanto suonare magistralmente l'organo, ma l’accompagnava con una voce potente che copriva quella di tutti: del parroco, dei fedeli, dei cori; Gaetano aveva in deposito candele e torce, teneva le chiavi degli armadi in legno o a muro per i Santi; era custode della torre campanaria; portava con garbo le sedie ai signori e rastrellava soldini; Gaetano teneva a bada tutti: scappellotti sonori assegnava ai ragazzi irrequieti e sgridate alle fedeli chiacchierone; era infine l'artefice dei grandi addobbi nelle indimenticabili feste religiose…

Era per noi l’uomo più interessante del paese. Padre, inoltre, di numerosa prole, applicava bene evidentemente il precetto cristiano e anticipava la politica demografica di Mussolini.

Entrare nelle Chiesa per cantare nei cori, assistere dal ripiano del grande organo alle funzioni solenni, penetrare nella torre per suonare le campane, partecipare ai preparativi di Gaetano per le grandi occasioni… non era facile.

Ed io mi sobbarcai a questo ingrato lavoro: uno due, zuf zuf. Dio, com’era esasperante, mentre c’era tanto da vedere in chiesa e tanto… da fare per raccogliere la cera sgocciolante dai candelabri, per farne candelette con le nostre cannucce di tutti i calibri!

Ma dopo qualche settimana di questi esercizi di braccia e di gambe, Gaetano cominciò a volermi bene ed io potevo liberamente avvicinarmi alla statua di S. Rocco, impressionante e attraente nel­lo stesso tempo per quel cane ai piedi, a quella di S. Marcellino dal bel viso, a quella piccola di S. Lucia, con lineamenti fini, i due occhi nel piattino, a quella di S. Sebastiano, minuscola perché di marmo, ma la più pesante di tutte, come dicevano.

Potevo scoprire angoli e porte e porticine segrete, potevo infine aggirarmi ver­so l'ingresso della torre campanaria...

« Be', vieni con me », mi dice un giorno Gaetano. Apre la porta d'accesso alla torre campanaria: il cuore mi da un bal­zo violentissimo. « Tira » e mi indica una delle funi penzolanti. Mi tremano le gambe e le braccia. Mi pare di dover dar fuoco ad un cannone. Ed io tiro, ma nessuna risposta; tiro ancora in convulsione, ed ecco il primo tocco della campanella minore...; poi, la voce squillante. Io già sudo dall'emozione, e tiro e mollo, tiro e mollo, e la campanella suona a distesa.

Oh felicità, quanto mi penetravi addentro!

Facevo progressi ogni giorno. E quan­ta letizia quando si era in tre a tirare per sentire gli squilli di tutte le campane insieme.

Ero diventato il cane fedele di Gaetano; potevo azzardare la domanda che mi faceva scoppiare il petto da gran tempo: - Posso salire su la torre?

«Eh no, la scalinata e troppo pericolosa ».

Mi rassegnai allo scacco per quel momento, ma il desiderio per « il pericolo» diveniva più cocente. Un giorno, oh, felice giorno io mi ero esercitato ormai anche col campanone, che quando andava a distesa ti tirava su come un fuscello, di che m'inebriavo un giorno, dico, io e Cenzino tentammo la scalata. (Non eravamo stati noi due a fare la prima ri­cognizione nella paurosa galleria sotto il castello?). Ci arrampicammo con le mani e con i piedi come gatti, perché i gradini quasi non esistevano.

Ci arrestammo trepidanti nel ripiano dove i congegni dell'orologio della torre facevano i più strani e paurosi rumori. La curiosità era grande, ma il timore che c'invase era ancor più grande e poco mancò che non ci buttammo giù a capo fitto.

Il ghiaccio era rotto. Alla luce del sole ridemmo forte come matti, e ci promet­temmo di tornare lassù, presto.

Era di domenica.

Decidemmo. Su, ,su, su. Ma non si ar­riva mai. Il cuore quasi ci mancava. E su, più in alto. Finalmente spuntiamo su l'ultimo ripiano, siamo sotto le enor­mi bocche delle campane, quasi sospesi nel cielo!

Com'era grande la campana maggiore, che effetto quei tetti sottostanti, che deli­zia il mare laggiù quei monti lassù E quanti colombi svolazzavano intorno al campanile, e quante rondini saettavano, sfrecciavano, s'incrociavano nel cielo!

Provammo a toccarle, quelle belle campane, a tambureggiarle con le unghie: oh quell'eco vicina, quelle vibrazioni sottili... Erano esse le campane che ci davano quei brividi di letizia all'alba dei dì di Festa, che segnavano i tempi della giornata: i rintocchi invitanti del mezzogiorno, quelli dolcissimi dell'Ave Maria!

Ma... che avviene? Le campane si muovono! È mezzogiorno !

Gaetano, puntuale, e giù a tirare le funi!

Dai, noi, allora ai battagli e via un uragano di colpi da stordirci, e da stordire. E gridavamo, ebbri, parole scon­nesse di felicità, che raccoglievamo noi stessi, che si confondevano con le voci inusitate delle campane in quel gran giorno di sole.

Solo il sopraggiungere di Gaetano ebbe il potere di smorzare i nostri ardori...

Con gli occhi fuori dalle orbite, le vene del collo enormemente ingrossate, con la sua voce che voleva coprire quella delle campane, e le mani in atto di minaccia, lo vedemmo sbucare sull’ultimo ripiano...

Ne prendemmo...

Poi quando mio zio, che abitava la sot­to, seppe l'accaduto, corse a saettarmi con gli occhi e volermi distruggere con le parole. Ma anche lui era in peccato. La nonna, la mia cara nonnina, gli disse: - Quando tu eri ragazzo, per suonare le stesse campane, sapesti pure abbonire il padre di Gaetano con una buona dose di fichi secchi e noci... e ora non te lo ri­cordi?

lunedì 26 gennaio 2026

GLI INTERNATI MILITARI ITALIANI (I.M.I) DI MONTEODORISIO NEI LAGER NAZISTI (1943-1945)

 La tragica vicenda degli IMI ha inizio l’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio sottoscritto dall’Italia con le Forze Alleate. Militari italiani, catturati e disarmati dalle truppe tedesche in Francia, Grecia, Jugoslavia, Albania, Polonia, Paesi Baltici, Russia e Italia stessa, caricati su carri bestiame, sono avviati a una destinazione che non conoscono: i lager del Terzo Reich, che erano sparsi un po’ dovunque in Europa, soprattutto in Germania, Austria e Polonia.

Dopo un viaggio in condizioni disumane, appena arrivato nel lager, il prigioniero viene immatricolato con un numero di identificazione che sostituirà il nome e che sarà inciso su una piastrina di riconoscimento accanto alla sigla del campo. Tra le formalità d’ingresso ci sono anche la fotografia, l’impronta digitale, l’annotazione dei dati personali su appositi documenti di riconoscimento e la perquisizione personale e del bagaglio.

Sin dal primo momento, ai prigionieri, circa 650mila, viene chiesto con insistenti pressioni di continuare a combattere a fianco dei tedeschi o con i fascisti della Repubblica di Salò. La maggior parte di loro si rifiuterà di collaborare e per la prima volta, con una scelta volontaria di coscienza, dice NO! a qualsiasi forma di collaborazione, affrontando sofferenze e privazioni.

In un primo tempo prigionieri di guerra, i militari italiani catturati, deportati e internati nei lager nazisti, il 20 settembre 1943 vengono definiti IMI - Internati Militari Italiani, con un provvedimento arbitrario di Hitler che li sottrae alle tutele previste dalla Convenzione di Ginevra del 1929, per destinarli come forza lavoro per l’economia del Terzo Reich. Sempre per ordine del Führer, d’accordo con Mussolini, gli IMI il 12 agosto 1944 cambiano nuovamente di status e vengono trasformati in “lavoratori civili”, formalmente liberi.

Decine di migliaia di IMI perdono la vita nel corso della prigionia per malattie, fame, stenti, uccisioni. Coloro che riescono a sopravvivere sono segnati per sempre.

Morirono in prigionia prima della fine della guerra nel 1945:
sold. Gualdieri Cesare 


Cesare Gualdieri
sold. Monaco Egidio 



Cap. Mag. Ricchezza Giuseppe 




sold. Sangiorgio Camillo 

Sold. Timpone Tommaso 



Tommaso Timpone


Sold. Urbano Carlo 


Sold. Verini Luigi 



Luigi Verini



sabato 24 gennaio 2026

Il romanzo "Aisling" ha ricevuto una prestigiosa Menzione Speciale al Premio Letterario Italoinglese Keats




La critica Italoinglese del premio Keats dà un nuovo riconoscimento ad Aisling di Nausica Manzi per due dei personaggi fondamentali del suo romanzo. Il suonatore di oboe Walter e Cedric. 
Queste le motivazioni: "Ci ha colpito il misterioso Cedric l'antagonista che in realtà, nella sua arroganza, ha bisogno solo di ritrovare il suo cuore, di ritrovare la nota che in realtà può ridar senso alla sua vita talentuosa ma difficile. 
La Manzi ha una capacità profonda di delineare i personaggi pur sulla carta li rende vivi in carne ed ossa. L altro, Walter il musicista di oboe ci ha colpito profondamente per le sue caratteristiche e il suo ruolo. È identico all oboe delicato e insieme tagliente, deciso e libero e perso nella nebbia della musica della sua vita. Non si lascia trafiggere dalle difficoltà e la luce della sua anima difficile da cogliere è un mondo straordinario tutto da scoprire solo abbracciandolo e amandolo senza volero cambiare. 
Walter è la libertà e la luce nascosta che sa parlare con il buio, Cedric è la rinascita "