sabato 18 maggio 2013

22 maggio 1897 - La tragedia





Diversi giornali hanno finora dato delle notizie, più o meno esatte, sulla barbara uccisione, avvenuta in Monteodorisio la sera del 22, del povero contadino vastese Antonio Reale. In mezzo a tante disparate versioni, noi non sappiamo far di meglio che presentare ai nostri lettori la relazione seguente, che, data la sua origine, ci pare debba essere la più conforme a verità.
Il racconto della sorella della vittima
La sorella della vittima, una simpatica fanciulla diciottenne, viene nel nostro ufficio a fare spontaneamente la narrazione del triste fatto.
E' accompagnata da uno zio e da una zia, Angelo e Rosaria Reale. La esposizione dei fatti, ingenuamente resa, è stata da noi fedelmente raccolta in tutti i particolari, per riferirli integralmente ai nostri lettori, massime perché finora - la Reale non è stata interrogata dal magistrato, senza che per parte nostra s'intenda di accusare gli uni più che gli altri responsabili del brutale omicidio.

L'antefatto
Il mattino del 3 marzo u.s., mentre mio fratello - Antonio Reale - andava a comprare un po' di tabacco, giunto presso la rivendita dei generi di privativa, un cane gli si avventò mordendolo alla mano destra. Il medico, sig. Alfredo de Cristofaro, chiamato a dare un giudizio, disse trattarsi di cosa da nulla; ma intanto veniva esposta querela contro il padrone del cane, certo, Guidone. Il cane fu ucciso, ed anzi lo stesso Guidone fece sapere al Reale che il cane era idrofobo. E' deplorevole, perciò, il fatto che l'autorità di Monteodorisio, al giorno di tutto, non si curò di dare la minima disposizione perché si accertasse con esperimenti scientifici l'idrofobia del cane.
Mio fratello continuò, a lavorare, non accusò alcun malore, ed il suo stato di mente e di corpo si mantenne perfettamente sano; e poiché egli era assai religioso, manifestò il desiderio di recarsi, come si recò, nel vicino Comune di S. Salvo per sciogliere un voto. Tornato a Monteodorisio, riprese immediatamente tutte le sue occupazioni, che per un giorno appena aveva interrotte, e quotidianamente andava in campagna a lavorare.
I primi sintomi
Fino al 19 corrente Antonio si sentì benissimo, sennonché la sera manifestò un malessere febbrile ed una specie di formicolio, che dalla mano destra si propagava a tutto il braccio. Il giorno seguente egli rimase a letto, preso da quel malessere febbrile, e, svanito il formicolio al braccio, mangiò un po' di cicoria in insalata, ma non volle bere, perché diceva di avvertire uno stringimento alla gola ed un peso allo stomaco.
Il mattino di venerdì (21), dietro sua premura, venne chiamato il medico, in persona del dott. Alfredo de Cristofaro, fratello del sindaco di Monteodorisio, il quale, dopo averlo osservato attentamente, provò, fargli bere un po' d'acqua, che il malato rifiutò, dicendo che la vista dell'acqua gli ripugnava fortemente. Il medico, accomiatandosi, chiamò in disparte mia madre e le raccomandò di togliere dalla casa tutti i ferri da lavoro che vi si trovavano, poiché l'infelice presentava sintomi di idrofobia. Appena mia madre rientrò in casa, mio fratello, che aveva sentito le parole del medico, fece le sue meraviglie e disse: Che cosa crede il medico? Mi crede davvero, arrabbiato? A queste parole mia madre rispose negativamente, ma quando egli si accorse che si ottemperava al suggerimento del medico, disse : Mi avete negato la parola del medico, ed ora state facendo quello che vi ha detto? Mia madre finse di non sentire, e mio fratello continuò a rimanere apparentemente tranquillo.
Nelle ore pomeridiane volle alzarsi, e si pose a sedere vicino a mio padre, ragionando egli d'interessi di famiglia. Poco dopo, accompagnato dal dott. de Cristofaro, venne in casa il dott. Altobelli, il quale, in seguito ad alcune domande sullo stato dell'ammalato, provò di fargli mangiare qualche cosa, e gli praticò delle iniezioni ipodermiche. La notte Antonio rimase all'aperto innanzi la casa, senza dormire, dicendo di non volervi rientrare perché v'era il demonio, ed implorava continuamente grazia dalla Madonna.

Quel che avvenne il giorno 22
Il mattino di sabato (22) mia madre venne in Vasto per alcuni servigi e nel frattempo andò in casa Michelanelo Panunto, il quale offrì ad Antonio qualche cosa da mangiare e da bere, ma questi rifiutò, limitandosi a mangiare due pezzettini di zucchero ed alcuni confetti, e rifiutando invece perfino un po' di caffè.
Verso le ore 9 volle uscire e fu accompagnato dal Panunto e da Marcellino d'Anna, entrambi guardie municipali.
A Piazza Castello, mentre una donna stava per passargli vicino, il d'Anna ed il Panunto la avvertirono di farsi più in là per evitare qualche pericolo; mio fratello, allora, dispiaciuto di essere trattato come un cane idrofobo, si scansò, e disse alla donna di passare liberamente, perché egli non faceva male a nessuno. Quasi contemporaneamente si trovò a passare il sindaco nei pressi della mia casa e domandò che cosa andasse facendo mio fratello. Io risposi che era andato a spasso, al che egli di rimando: Questa sera gli farò vedere io!... Verso mezzogiorno, mio fratello si ritirò, rimanendo innanzi la casa per poco tempo a parlare di cose indifferenti, e poi volle andare incontro a mia madre, che doveva tornare da Vasto.
L'accompagnavano sempre il d'Anna ed il Panunto, i quali volevano farlo entrare nel Santuario della Madonna; ma mio fratello vi si rifiutò, e continuò la strada per incontrare la mamma, alla quale prese affettuosamente la mano appena l'incontrò, ritornando insieme con lei a Monteodorisio.
Potevano essere le ore 14 circa. A casa le domandò quali notizie portasse da Vasto, ed ella rispose di dovervi tornare lunedì. Quando poi andai alla chiesa per avere un pezzo di stola da mettere nelle tasche di mio fratello, in segno di devozione, questi entrò nella vicina casa di Giuseppe di Carlo, chiamatovi dalla di costui moglie, la quale gli offrì al bacio l'immagine della Madonna delle Grazie, e poi da bere qualche po' d'acqua miracolosa che scaturisce presso il Santuario. Mio fratello ne bevve un piccolo boccale in due riprese.
Potevano essere le ore 15 o giù di lì, quando si trovò a ripassare il sindaco. Mio fratello lo vide e lo chiamò due volte, pregandolo di mandargli un prete, perché aveva bisogno di ricorrere all'esorcismo. Il sindaco rispose affermativamente, borbottando queste parole che furono udite da me e da un'altra donna: Quante storie devo stare a sentire!... State a vedere che debbo rispetto a Pannellone ( è questo il nomignolo della mia famiglia) Questa sera farò vedere io! ...
Quindi chiamò mia cognata e le ingiunse di sgombrare immediatamente l'abitazione per potervi rinchiudere Antonio. Ella si oppose, ma il sindaco replicò facendo comprendere che se i suoi ordini non si eseguissero, le masserizie andrebbero bruciate... Mia cognata allora si rassegnò ad ubbidire e, mentr'ella era così occupata, il sindaco (secondo mi riferisce una donna) progettava il da fare. Mio fratello intanto stava a casa di Giuseppe di Carlo.
II sindaco tornò a passare per la terza volta con una guardia municipale, cui andava dicendo che cosa bisognava fare. Il vicinato udì le parole del sindaco e le udì anche mio fratello, il quale se ne lamentò con la madre.
Il pellegrinaggio al Santuario
Poscia il poveretto prese una croce e si avviò al Santuario - seguito da molte persone - per chiedere grazia alla Madonna, affinché lo salvasse dalla morte. Fu una scena commovente. Presso l'altare egli implorava fervidamente il favore celeste. Si piangeva tutti, e l'infelice fratello mio faceva pietà, supplicando anche gli altri a pregare per lui.
Quindi bevve circa un litro e mezzo di acqua del Santuario nella speranza che gli giovasse. Poco dopo un sacerdote gli consegnò il crocifisso, e mio fratello ponendolo sul petto esclamò : Perdona, o Gesù Cristo, tutti i miei peccali, perché questa sera dovrò morire come moristi tu.
Il ritorno a casa
Quindi uscì dalla chiesa non senza baciare la mano al sacerdote; e tornò, alla casa di Giuseppe di Carlo, dove rimase poco tempo. Poscia le guardie Panunto e d'Anna chiamarono il suocero di mio fratello per obbligarlo a rinchiuder costui ed a legarlo nella casa che era rimasta vuota. Il suocero non si diede per inteso e, poco dopo, mio fratello, quando fece per rientrare in casa, dispiaciuto di trovarla perfettamente vuota disse : Son venuti i ladri in casa mia? e presa una canna, che trovò a portata di mano, voleva battere la moglie; ma poi, calmato disse di volersi presentare al pretore di Vasto per far valere le sue ragioni, ed andò alla casa del suocero, dove, rinvenuta una piccola scure, espresse il proposito di voler ferire il sindaco - che gli aveva fatto vuotare arbitrariamente la casa - ove si fosse recato a molestarlo ulteriormente.
Si trattava veramente di idrofobia?
Verso le ore 8 o le 8 1/2, se non mi inganno, mostrò il desiderio di andare a riposare, e con la moglie andò a letto. Dopo poco si alzò per prendere aria ed aprì la porta; ma poiché vide la guardia Panunto, non volle uscire e tornò a letto. Passati altri trenta minuti, si levò di nuovo e disse al suocero di aver bisogno d'aria, e suocero e genero si misero all'aperto. Pioveva lentamente. Una folla di curiosi stazionava innanzi la casa.
Le gesta della Guardia Panunto
Intanto, fattasi avanti la guardia Panunto, con la rivoltella spianata, obbligò tutta la famiglia ad uscire. La famiglia, impaurita, uscì, ed io mi nascosi sotto il letto, mentre mio fratello, che voleva andare a chiudere la porta, visto il contegno minaccioso della guardia, scappò a nascondersi anche'egli sotto il letto; ma la guardia entrò in casa ed io dovetti fuggire. Antonio così rimase solo, e la guardia, uscendosene, serrò la porta. Mio fratello si barricò per di dentro, ed a questo punto la guardia prese una sedia, vi salì e, introdotta la rivoltella in un foro che esisteva sull'uscio per la ventilazione dell'ambiente, esplose un colpo, malgrado le preghiere, le proteste ed il pianto dei congiunti e degli amici, che assistevano terrorizzati a quella scena selvaggia.
La fine della tragedia
Mio fratello, implorando soccorso gridava: Madonna aiutami, Madonna aiutami!, finché - forse perduta ogni speranza di salvezza - lanciò qualche cosa verso il foro, che si allargò per la caduta di parecchi mattoni a ventaglio, che coprivano l'arco della porta. A questo giunsero due carabinieri (un vicebrigadiere ed un milite), chiamati - dicesi -espressamente dal signor sindaco, i quali presero una piccola scala a pioli per entrare dalla testata del portone; ma non riuscendovi, il vice brigadiere tirò un primo colpo di rivoltella, che ferì mio fratello. Io e la povera mamma eravamo spettatrici inorridite ed invano chiedevamo misericordia pel povero Antonio, il quale si straziava e chiedeva grazia della vita. Ma gli agenti della pubblica forza, con ferocia che non ha riscontro e che fa inorridire, continuarono a far fuoco col bestiale furore, mentre l'infelice vittima invocava la Madonna e la madre. Abbattuta la porta, ed entrati gli agenti, il disgraziato si prostrò ai loro piedi implorando pietà; ma un altro colpo di rivoltella lo raggiunse mettendolo in agonia. - Ultimata la scena truculenta, gli agenti chiusero la porta, inchiodandola, e se andarono...
Dicesi che l'infelice giovane lacerò gli abiti che indossava, per fasciarsi alla meglio le ferite, e che il cadavere fu ritrovato perfettamente nudo con una pelle di agnello stesa sulle parti genitali.
L'impressione di questo atroce misfatto - non sappiamo usare altra parola - è grandissima in Monteodorisio, dove la disgraziata vittima dimorava da qualche tempo, generalmente stimata, ed in tutto il Circondario, specialmente in Vasto, di lui patria, dove con ribrezzo si vede girare quel brigadiere dei carabinieri, che il più elementare criterio di prudenza ed un sentimento di rispetto umano avrebbe dovuto e dovrebbero consigliare almeno di mandare altrove.
In nome della civiltà e della umanità offesa, l'opinione pubblica esige che la giustizia faccia il suo corso e vada fino in fondo senza falsi riguardi e senza scandalose deviazioni.
Forse se l'azione del magistrato fosse stata più pronta, a quest'ora ci si vedrebbe più chiaro nell'intorbidato fondo di questo pantano morale. Ad ogni modo non mancano gli elementi di una indagine accurata e scrupolosa; ma non bisogna arrestarsi alle apparenze e se dietro le scene si nasconde qualcuno cui più direttamente deve farsi risalire la responsabilità di questa feroce esecuzione, è obbligo della Giustizia di ricercarlo ed assicurarne la esemplare punizione. Se davvero esiste uguaglianza dinanzi alla legge, se davvero questo è il secolo delle rivendicazioni sociali, se non siamo tornati senza accorgercene, al medioevo, al secolo delle immunità e dei privilegi e della barbarie impunemente sanguinosa, deve farsi la luce, luce meridiana, luce che confonda ed abbagli i malvagi e riconforti l'animo degli onesti cittadini.
La vita di un contadino vale quanto quella di un milionario o di un principe. Se così non dovesse essere, se dovessimo assistere alla oscena commedia di un salvataggio favorito da chi ha il dovere di tutelare tutti i diritti e di mantenere alto l'impero della legge, la necessità di farsi giustizia con le proprie mani sarebbe perfettamente legittimata.
A carico dei detti Signori ho rilevato quelli soltanto che riguardano la mia difesa, e ne garantisco l'autenticità, dicendomi pronto a rispondere sia presso i Tribunali sia altrimenti.
Le varie versioni
Piacendoci vedere illuminata la pubblica opinione nel miglior modo possibile, crediamo bene riportare anche le altre versioni finora date dell'orribile fatto.
Togliamo quindi dal Messaggero e dal Roma la seguente corrispondenza:
Un contadino idrofobo dovuto uccidere a revolverate.
Vasto (Chieti), 23 (Nostro telegramma).
Ho notizie di un grave atto avvenuto stanotte a Monteodorisio, paese da qui poco distante.
Il contadino Reale Antonio di anni 22, assalito iersera da un violento accesso d'idrofobia, armato di una scure, minacciava e cercava di mordere quanti lo avessero avvicinato, si recò in casa del suocero, questi e le altre persone di casa fuggirono dando l'allarme.
Accorse il vicebrigadiere Giovanni Mologati col carabiniere Eugenio Rigoletti della brigata Cupello, i quali col concorso di diversi cittadini riuscirono ad isolarlo in detta casa che rinchiusero mettendosi a guardia.
Il Reale, cui i medici preconizzarono la morte inevitabile fra due giorni, con poderosi colpi di scure cercò di abbattere la porta e poscia con piccone e zappa gittò giù un pezzo di muro.
Era per uscire quando si tentò intimorirlo esplodendo in aria vari colpi di rivoltella: ma nulla giovò, anzi il Reale si inasprì maggiormente minacciando sempre con la scure e facendo atto di mordere rabbiosamente.
Allora, per evitare imminenti e sicure disgrazie, i carabinieri ebbero ordine dal Sindaco di ucciderlo e così fecero sparandogli contro diversi colpi di rivoltella.
Dalla Tribuna:
Chieti, 25 - Ucciso perché idrofobo. Domenica scorsa in Monteodorisio (Vasto) il contadino Antonio Reale, ventiduenne, assalito da violento accesso di idrofobia, armato di scure minacciava di mordere ed uccidere quanti lo avessero avvicinato.
Accorsi i carabinieri Malagutti e Lucoletti, della brigata di Cupello, riuscirono ad isolarlo in casa del suocero, ma il Reale con poderosi colpi di scure alla porta tentava di uscire.
Allora i carabinieri, nel timore di serie disgrazie e, pare, per ordine del sindaco, uccisero l'infelice con colpi di rivoltella, come un cane!
L'impressione pel fatto è enorme e si reclamano energici provvedimenti dall'autorità giudiziaria.
Anche La Provincia di Chieti, col titolo Cronaca Nera - Un uomo assassinato dai Carabinieri per ordine del Sindaco, riporta presso a poco la stessa versione del Roma e del Messaggero fatta, sullo stesso cliché, identica fonte. Anche in essa si parla di minacce di mordere e d'uccidere (!), di morte inevitabile fra due giorni, preconizzata dai medici (quali?), di colpi di scure, piccone e zappa (!), di disgrazie inevitabili e infine della ferita al braccio e dell'ordine ricevuto dal Sindaco (era presente?) di finire il Reale a colpi di rivoltella.

Un'altra esposizione dei fatti noi riceviamo direttamente da Monteodorisio e, reputandola esatta e fedele per l'attendibile serietà delle informazioni assunte, la pubblichiamo qui appresso:
Monteodorisio, 28 maggio 1897
Antonio Reale di Vasto, da diversi anni abitante con la famiglia in Monteodorisio, venne nell'ultimo febbraio morsicato da un cane, e nella scora settimana attaccato da un male con sospetto di idrofobia, sicché fu sottoposto alla vigilanza delle guardie comunali.
Nel corso della malattia girò nel paese in compagnia di dette guardie e si mostrò tranquillo, ma nella sera di sabato scorso, 22 spirante, tornato egli a casa e trovatala vuota di mobili, s'insospettì che lo si volesse chiudere ed uccidere come aveva sentito dire, onde, seguito dalle guardie e da due Carabinieri della stazione di Cupello, corse alla casetta del suocero ed ivi si mise a letto dopo aver baciato lungamente la moglie col presentimento di doversene separare.
Quando, però, si vide solo perché la moglie se l'era svignata dietro invito delle guardie, ricordando la minaccia di uccisione balzò dal letto in camicia e cercò di salvarsi per l'uscio; ma, trovate chiuse le imposte per di fuori, si diè a batterle inutilmente con una piccola scure che gli capitò fra le mani.
E le guardie ed i carabinieri, anziché limitarsi a tener chiuso il Reale nella casetta fermando l'anello di ferro infisso ad una delle imposte con una fune affidata ad un randello posto attraverso le spallette in fabbrica dell'uscio; per l'arco di questo, già sgombro dai mattoni in foglio che lo chiudevano, si diedero a far fuoco sul recluso, che cadde ed ebbe in testa l'ultimo colpo pel quale morì dopo una straziante agonia, circa tre ore dopo.
Il brutto fatto ha suscitato in tutta la cittadinanza orrore e indignazione.
Intanto è assai commentato il ritardo col quale sono venuti qui i magistrati da Lanciano.

Ancora la tragedia di Monteodorisio
L ' interpellanza alla camera
Sulla Tribuna leggiamo, nel resoconto della seduta parlamentare del 17 corr., il sunto delle risposte degli onorevoli Rocchetti e Serena alla interpellanza dell'on. Imbriani sulla tragedia di Monteodorisio:
L'on Rocchetti risponde ad un'interrogazione dell'on. Imbriani circa l'uccisione del contadino Antonio Reale nel comune di Monteodorisio.
Accenna ai particolari del fatto che terminò con la morte del contadino; ciò che non sarebbe accaduto se questi non si fosse, a quanto si dice, ribellato con una scure contro la pubblica forza. In ogni modo è stato iniziato un regolare procedimento contro tutte le persone che possono aver avuto parte nel fatto doloroso, e spera perciò che l'on Imbriani attenderà senz'altro il responso dell'autorità giudiziaria.
L'on Imbriani osserva però che l'on. Ronchetti è stato male informato.
Il contadino Reale, presso Vasto, fu morso da un cane idrofobo. Fu poi medicato dal medico de Cristofaro, fratello del sindaco, il quale giudicò la ferita di nessuna importanza.
Improvvisamente invece il pover'uomo fu assalito da idrofobia.
Allora il Reale andò alla Madonna delle Grazie e bevve un grosso boccale dell'acqua creduta miracolosa.
Tornato a casa trovò che gli avevano portato via gli strumenti del lavoro, ed una guardia che sorvegliava l'abitazione.
Il Reale andò in furia e si barricò in casa. I carabinieri con le rivoltelle spianate entrarono in casa sfondando le porte ed uccisero a colpi di revolver l'infelice contadino. E tutto questo fu fatto per ordine del sindaco.
Il disgraziato si era inginocchiato, ed aveva invocato pietà, gridando: - Ma per la madonna santa, che cosa vi ho fatto che mi volete uccidere come un cane? Ma tutto ciò - esclama l'oratore - è semplicemente orribile! Perché non si è provveduto a rinchiudere l'infermo in un istituto antirabbico? Perché non si è intentato un processo contro quel sindaco?
Sono cose inaudite che fanno rabbrividire! (Approvazioni).
Ronchetti. Ella, on. Imbriani, narra i fatti come le furono raccontati; io li esposti come mi furono riferiti dalle autorità in seguito ad una severa inchiesta. Conviene ora aspettare la decisione dell'autorità giudiziaria, essendo aperto un procedimento.
Anche l'on Serena risponde brevemente nello stesso modo.
A proposito della interpellanza sopra riportata, sul giornale il Domani leggiamo quanto appresso:
Sul doloroso fatto dell'idrofobo ucciso dai carabinieri a Monteodorisio, c'è stata venerdì alla Camera una interrogazione dell'on. Imbriani.
Il coraggioso deputato ha usato aspre parole verso il sindaco di quel comune, che, secondo le sue affermazioni, ordinò l'uccisione del povero Reale. - Son cose inaudite che fanno rabbrividire! - concluse l'on. Imbriani fra le approvazioni della Camera.
Il Governo, per bocca del Vice-Costa Ronchetti, rispose come doveva rispondere, rimettendosi cioè al giudizio che dovrà dare il magistrato.
Al quale non sfuggirà certamente la circostanza che il sindaco di Monteodorisio, invitato da noi a spiegare il motivo che gli impedì di adempiere al proprio ufficio di ufficiale di P.S. nel triste svolgersi del dramma, abbia creduto invece di conservare un assoluto silenzio, in contraddizione della loquela spiegata, nel fare precedentemente inopportune rettifiche su moltissimi giornali.

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