sabato 2 novembre 2013

OTTANTA ANNI FA, IL 6 NOVEMBRE 1943, L’ESERCITO ALLEATO FACEVA IL SUO INGRESSO A MONTEODORISIO: Un eroe dimenticato



È ora di finirla una buona volta per sempre di chiamare eroi coloro che, disseminando stragi di giovani vite, aggiogano al carro delle ambizioni personali o nazionali terre e popolazioni. Costoro sono massacratori da condannare. Eroe invece, è colui il quale, mettendo in pericolo la propria vita, salva gli altri, o li aiuta a progredire nel bene.
Uno di questi eroi genuini è Giuseppe Monaco di anni 91, abitante in via Perdicasso Barrile, n. 11, a Monteodorisio(Chieti). Che cosa ha fatto?
Si era nel turbinoso tempo della fase disastrosa della, già perduta da noi, seconda guerra mondiale. I tedeschi in rotta cedevano mal volentieri palmo per palmo il terreno occupato. Gli alleati li seguivano per snidarli da tutti i paesi e campagne. Ed ogni angolo della nostra Patria (sia per mano degli uni che degli altri) veniva ridotto in un campo di battaglia; e, poi, abbandonato come un cumulo di macerie fumicanti.
E tanti tanti morti ovunque! Qualcosa di simile stava per accadere a Monteodorisio. Già tre carri armati alleati salendo da Cupello si erano piazzati su a Monte le Forche pronti a far fuoco sul paese. Si sa infatti che gli alleati consideravano obiettivo militare qualsiasi luogo ove ci fosse stato anche un solo tedesco.
E i tedeschi c'erano stati a Monteodorisio. Erano, però, già partiti. Non c'erano più. Ma chi glielo diceva a quelli? La mitraglia cominciò a crepitare furiosamente ed in mezzo all'infuriar delle pallottole arroventate la rauca voce del cannone vomitava ogni tanto boccate di fuoco e di morte. A Monteodorisio stava per toccare la stessa sorte di tanti altri paesi. Fu allora che Giuseppe Monaco - disprezzando i gravi pericoli a cui sapeva di andare incontro - propose di salire su a Monte le Forche per informare gli alleati che di tedeschi in paese non ce ne era nemmeno uno. Prese un bastone molto lungo; vi legò in alto un fasciatore: formando così la tradizionale bandiera bianca...che chiede o promette pace. Con questa bandiera, issata al disopra della sua alta persona, uscì di casa, uscì di paese e si avviò verso la Collina. Il nemico lo avvistò. E raffiche di mitraglia lo sorvolano a più riprese. Egli si gettava bocconi a terra riprendeva la sua bandiera la innalzava nuovamente e faceva altri passi avanti.
Ancora prudenziali raffiche di mitraglia. E poi la voce del megafono fece un'interrogazione.
Ed egli a tutta voce rispose: «Vengo a fare un'ammasciata». Si accostò di più alzando con tutte e due le mani la bandiera di pace. Scese un soldato dal carro e prese a gridare in inglese.
Giuseppe non capiva; e rispondeva in dialetto, meno, comprensibile del sancrito ubique terrarum.  Allora il soldato fece cenno al radiotelegrafista perché avesse chiamato l'interprete, che stava nelle immediate retrovie.
Quello salì al Monte le Forche, e Giuseppe spiegò che di «Germanesi» in paese non ve ne era restato nemmeno uno. Si erano ritirati precipitosamente per la via di S. Bernardino giù verso il Sinello.  Quelli si mostravano scettici; ed, accennando al palazzo dei Suriani, asserivano che era pieno di tedeschi. Qualche malevole soffiata? O l'imponenza della bella costruzione fra i nani «pinciari» aveva fatto argomentare un fortilizio nemico fra quelle solide mura? «Ai posteri l'ardua sentenza»! 
Certo è che già un obice aveva smussato un angolo. Ed è certo ancora che, se avessero seguitato a cannoneggiare quel palazzo, avrebbero fatto un'enorme carneficina; giacché proprio sotto le valide arcate di esso c'era un affollatissimo rifugio.
Giuseppe, dunque, assicurò quei soldati della scomparsa dal paese di ogni traccia tedesca e per garanzia di verità offrì se stesso come ostaggio al nemico del momento.
Fu accettato. Cessò il fuoco. E così salvò il paese.

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