Non era facile entrare nel regno di Gaetano, il sagrestano della Chiesa Madre.
Gaetano sapeva leggere il latino forse meglio di quel sacerdote che aveva tutta l'aria d'uno scapolone; Gaetano non sapeva soltanto suonare magistralmente l'organo, ma l’accompagnava con una voce potente che copriva quella di tutti: del parroco, dei fedeli, dei cori; Gaetano aveva in deposito candele e torce, teneva le chiavi degli armadi in legno o a muro per i Santi; era custode della torre campanaria; portava con garbo le sedie ai signori e rastrellava soldini; Gaetano teneva a bada tutti: scappellotti sonori assegnava ai ragazzi irrequieti e sgridate alle fedeli chiacchierone; era infine l'artefice dei grandi addobbi nelle indimenticabili feste religiose…
Era per noi l’uomo più interessante del paese. Padre, inoltre, di numerosa prole, applicava bene evidentemente il precetto cristiano e anticipava la politica demografica di Mussolini.
Entrare nelle Chiesa per cantare nei cori, assistere dal ripiano del grande organo alle funzioni solenni, penetrare nella torre per suonare le campane, partecipare ai preparativi di Gaetano per le grandi occasioni… non era facile.
Ed io mi sobbarcai a questo ingrato lavoro: uno due, zuf zuf. Dio, com’era esasperante, mentre c’era tanto da vedere in chiesa e tanto… da fare per raccogliere la cera sgocciolante dai candelabri, per farne candelette con le nostre cannucce di tutti i calibri!
Ma dopo qualche settimana di questi esercizi di braccia e di gambe, Gaetano cominciò a volermi bene ed io potevo liberamente avvicinarmi alla statua di S. Rocco, impressionante e attraente nello stesso tempo per quel cane ai piedi, a quella di S. Marcellino dal bel viso, a quella piccola di S. Lucia, con lineamenti fini, i due occhi nel piattino, a quella di S. Sebastiano, minuscola perché di marmo, ma la più pesante di tutte, come dicevano.
Potevo scoprire angoli e porte e porticine segrete, potevo infine aggirarmi verso l'ingresso della torre campanaria...
« Be', vieni con me », mi dice un giorno Gaetano. Apre la porta d'accesso alla torre campanaria: il cuore mi da un balzo violentissimo. « Tira » e mi indica una delle funi penzolanti. Mi tremano le gambe e le braccia. Mi pare di dover dar fuoco ad un cannone. Ed io tiro, ma nessuna risposta; tiro ancora in convulsione, ed ecco il primo tocco della campanella minore...; poi, la voce squillante. Io già sudo dall'emozione, e tiro e mollo, tiro e mollo, e la campanella suona a distesa.
Oh felicità, quanto mi penetravi addentro!
Facevo progressi ogni giorno. E quanta letizia quando si era in tre a tirare per sentire gli squilli di tutte le campane insieme.
Ero diventato il cane fedele di Gaetano; potevo azzardare la domanda che mi faceva scoppiare il petto da gran tempo: - Posso salire su la torre?
«Eh no, la scalinata e troppo pericolosa ».
Mi rassegnai allo scacco per quel momento, ma il desiderio per « il pericolo» diveniva più cocente. Un giorno, oh, felice giorno io mi ero esercitato ormai anche col campanone, che quando andava a distesa ti tirava su come un fuscello, di che m'inebriavo un giorno, dico, io e Cenzino tentammo la scalata. (Non eravamo stati noi due a fare la prima ricognizione nella paurosa galleria sotto il castello?). Ci arrampicammo con le mani e con i piedi come gatti, perché i gradini quasi non esistevano.
Ci arrestammo trepidanti nel ripiano dove i congegni dell'orologio della torre facevano i più strani e paurosi rumori. La curiosità era grande, ma il timore che c'invase era ancor più grande e poco mancò che non ci buttammo giù a capo fitto.
Il ghiaccio era rotto. Alla luce del sole ridemmo forte come matti, e ci promettemmo di tornare lassù, presto.
Era di domenica.
Decidemmo. Su, ,su, su. Ma non si arriva mai. Il cuore quasi ci mancava. E su, più in alto. Finalmente spuntiamo su l'ultimo ripiano, siamo sotto le enormi bocche delle campane, quasi sospesi nel cielo!
Com'era grande la campana maggiore, che effetto quei tetti sottostanti, che delizia il mare laggiù quei monti lassù E quanti colombi svolazzavano intorno al campanile, e quante rondini saettavano, sfrecciavano, s'incrociavano nel cielo!
Provammo a toccarle, quelle belle campane, a tambureggiarle con le unghie: oh quell'eco vicina, quelle vibrazioni sottili... Erano esse le campane che ci davano quei brividi di letizia all'alba dei dì di Festa, che segnavano i tempi della giornata: i rintocchi invitanti del mezzogiorno, quelli dolcissimi dell'Ave Maria!
Ma... che avviene? Le campane si muovono! È mezzogiorno !
Gaetano, puntuale, e giù a tirare le funi!
Dai, noi, allora ai battagli e via un uragano di colpi da stordirci, e da stordire. E gridavamo, ebbri, parole sconnesse di felicità, che raccoglievamo noi stessi, che si confondevano con le voci inusitate delle campane in quel gran giorno di sole.
Solo il sopraggiungere di Gaetano ebbe il potere di smorzare i nostri ardori...
Con gli occhi fuori dalle orbite, le vene del collo enormemente ingrossate, con la sua voce che voleva coprire quella delle campane, e le mani in atto di minaccia, lo vedemmo sbucare sull’ultimo ripiano...
Ne prendemmo...
Poi quando mio zio, che abitava la sotto, seppe l'accaduto, corse a saettarmi con gli occhi e volermi distruggere con le parole. Ma anche lui era in peccato. La nonna, la mia cara nonnina, gli disse: - Quando tu eri ragazzo, per suonare le stesse campane, sapesti pure abbonire il padre di Gaetano con una buona dose di fichi secchi e noci... e ora non te lo ricordi?
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